domenica 18 novembre 2007

La Terra Desolata







I can connect

Nothing with nothing T.S. Eliot


Torno a casa, nella stanza che - storia alla mano- ha affrontato ogni protosingulto della mia esistenza. Il tempo di ricollegare spazi temporali lontani ed emozioni già vissute è minimo, ma mi rendo conto in un istante di quanto possa essere desolata la Terra, nel suo animo, nel suo muoversi, nel suo sentirsi libera.

E allora mi rendo conto di non poter connettere niente con niente,. che ogni elemento della esistenza umana va letto come elemento scisso, atomico, esibizionista ma allo stesso tempo chiuso da frontiere con dazi, gabelle e scorribande, come per Kohlhaas. Se apro gli occhi, subito fuori vedo scompiglio, disperazione, aria di mare e pioggia torrenziale.

Dentro, spalmato tra grandi mura che sembrano ali, l'impressione è di grande calma, di possibilità di ricostruzione e di effetti visivi al tramonto. Dentro è l'alba, è il sole che sorge sul mare. Fuori è la tempesta che spazza e pulisce, fuori è la letteratura della crisi, dentro - ovattata - è la letteratura del compromesso, dei critici da scrivania che mangiano hashish. Spento e quasi prostrato dentro il dritto fluire dell'arte, è fuori che il mio spirito primordiale mi spinge: qui Overbeck lì Friedrich. Non potrei mai scegliere il primo in un momento così.

E allora prendo in mano il coraggio di fare le scelte, metto su la sciarpa della follia e in bocca - accesa e lampeggiante - una delle mie gauloises rosse, che mi danno senso e propulsione. In tasca, coperti da ali ancora più grosse, i frutti del mio destino e il resto delle bionde d'ordinanza. Fuori, tra diluvi da bibbia di cartone e venti che superano anche l'immaginazione, tra treni pieni di sesso a venti euro e aghi omosessuali, fuori - come nel miglior Vicky Tondelli - froci colorati e teatrini caricano il mondo di gaiezza, odi e responsabilità.

Mi sento meglio, torno a casa e penso che in fondo roma non è stata costruita in un giorno. Apro il portone e il mio cane è li.


Un rumore sordo per strada: sicuramente un rumeno che ruba, uccide, devasta. Ormai non può essere altro.

sabato 17 novembre 2007

Futurismo e Passatismo






Aggiornare un blog è una delle locuzioni peggiori che un uomo possa mai pronunciare. Però è un dato di fatto, i blog si aggiornano e quindi opporsi al dinamismo della lingua è un nonsense, è improduttivo.
Pensare che in una giornata ho attraversato l'Italia da nord a sud e da est a ovest a est mi fa veramente pensare a come funziona il mondo. Lasciata la repubblica autonoma di Trento mi sono sentito smarrito, soprattutto quando Tosi-Land mi ha accolto con il suo classico e ordinato ripetersi di mona e diocan. Poi l'Urbe con le sue gesta e poi la piccola e ridente cittadina che tanto mi ha dato e a cui tanto do, diedi, darò.

La velocità con cui ci trasliamo mi fa pensare a una dilatazione del tempo di tipo anale. Mi viene da pensare ad Heidegger e a Bergson, che col tempo hanno sviluppato anche loro alcune simpatiche pratiche di onanismo spirituale. E mi rendo conto che forse ho tolto al tempo il suo valore reale, convinto che nel mondo tutto sia normale o normato, e ho rincorso traguardi che poi, raggiunti, mi hanno penetrato con delusione e senza lubrificanti. Il risultato è che, assorbito dai servizi senza armi, sento di avere cestinato troppo tempo e - al contempo - sono terrorizzato di non riuscire a crearne più dell'altro. E nel frattempo i quotidiani quotidiani d'adige non fanno altro che pubblicare foto di gente che va in galera: loro si che il tempo lo sapranno rivalutare e odiare, loro si che sapranno imprecare contro dio quando il tempo non c'è e piangere nelle fessure dei muri quando il tempo è troppo, il cubo è stretto e le mani sono tracciate da solchi da mezzadro.
E nella notte in cui tutto sembra scorrere lento sento il continuo ticchettare di un orologio che avevo dimenticato acceso, e capisco che la differenza sta veramente nella percezione. E forse percezione si intende davvero tutto.
Ergo, la percezione è qualcosa che ti modifica la vita, ti ferisce a morte o ti addormenta.

Velocità o meno, Futurismo o meno, inizio a propendere per il meno. In uno spazio in cui l'uomo recupera il tempo, rimette i due elementi in relazione e smette vizi un tempo tanto odiati, in uno spazio dove collocarsi è difficile ma alla fine trovi il tuo cantuccio, il tuo corridoio d'aria. Lo spazio ci ingloba e il tempo ci ingabbia.


Io, intanto, scriverò qualcosa su questo segnale stradale. E' un meraviglioso invito alla demenza, un terribile concetto di potenza divina.
Agnostici d'ogni dove, tremate.

domenica 4 novembre 2007

Italiani Brava Gente


E' inevitabile. Ormai non puoi vivere un istante senza che tu sia circondato da un rumeno che commette un qualsiasi crimine. Non passa attimo che non ci sia il testimone di turno della rapina in villa del nordest che dice che i rapinatori, con accento slavo (?), erano sicuramente rumeni. E se passi da raiuno a italiauno fidati che a studio aperto c'è sicuramente un ESPERTO che espone con dovizia di particolari le sue belle statistiche a riguardo, arrivando magari a dire, lombrosando con il cervelletto, che quelli dell'est ce l'hanno nel sangue, che è un retaggio sovietico, che là lavorano solo le donne e gli uomini sono zingari che bevono birra al bar e ruttano carciofini sottolio e pasta al forno andata a male ( fa abbastanza schifo quest'immagine?). E se poi giri su La7 trovi Ferrara, ex ministro del governo Berlusconi I, con le solite facce di cazzo che dicono che bisogna mandarli a casa, terùn delest, o elementi simili.





E' inevitabile, quindi. Non se ne esce vivi. Che poi non la maggioranza, ma la quasi totalità dei migranti regolari in Italia siano persone addirittura più oneste degli italiani, questo nessuno lo dice. Che poi tipo il 90% delle violenze sulle donne vengano compiute in casa, da parenti, questo neanche lo dice nessuno. Mi spiego: posso violentare mia moglie quanto voglio dentro casa, ma il rumeno non può fare lo scippo per strada. E in base a quale criterio vogliamo accogliere persone da fuori, in base a quale principio vogliamo educare queste persone ai pilastri fondanti della Repubblica se siamo noi, per primi, a non averli a cuore. Come può uno stato che tollera in silenzio lo scempio che sta distruggendo Napoli, dire a uno che viene da fuori di comportarsi civilmente, se lo stato stesso accetta di far parte di un mondo non civile.

E' inevitabile. Dobbiamo abituarci a questi rigurgiti. Rigurgiti, perchè a nessuno viene in mente che le leggi, per rumeni e non, esistono. Che l'omicidio è un reato con pene, mi pare, che vanno oltre i quindici anni. Che quindi basterebbe applicare, semplicemente e senza demagogia, le leggi che la nostra repubblica ha deciso di darsi. Senza fare la pagliacciata di rimpatriare 3 (TRE) persone e di abbattere quattro baracche.

Ma chi siamo noi, che uccidiamo giudici, che chiediamo il pizzo, che distruggiamo città, che facciamo ecoballe e ecomafie, chi siamo noi che facciamo tangentopoli, moggiopoli, vallettopoli, prenditelanculopoli, chi siamo noi dunque per dire a questi: dovete comportarvi da brava gente. Ma ci rendiamo conto che chi arriva in Italia non fa altro che comportarsi come la società si comporta? Ma è questa la strada da seguire?

Gnoti se auton: conosci te stesso dicevano i greci. Forse loro qualcosa in più di noi l'avevano capita.

Roma violenta, la polizia non può sparare.

giovedì 25 ottobre 2007

Der Tod in Trient.

Un amore folle. Alcune righe scritte male. Lettere mai spedite.

Il ritorno, ma solo in sogno. La speranza, ma forse un cruccio.

Una noce e due elementi. La costruzione di un amore.

Here is the house where it all happened. Lost tender moments under this groove.

Corpo e anima. Depeche Mode e Nostalgia.

Leidenschaft & Sehnsucht.

Ogni viso, ogni passante il solito volto.

Candido, puro, eccentrico. Amarla e non poterla avere.

Prove Tecniche di decorazione mentale.

Fu allora che Alx prese la decisione. Era ubriaco, per strada qualcuno l'aveva pestato e di certo non sarebbe bastata una qualsiasi aspirina, neanche quelle con un milione di ormoni dentro. Poi d'un tratto un lampo s'aprì.
La rivoluzione era iniziata: la rivoluzione in cui lui tanto aveva sperato era iniziata. Solo che Il povero amico non aveva forze, tempo, armi e spiriti per prendervi parte. Decise di passare il turno, tirò il dado e venne fuori un mediocre 4, un quattro di provincia, un quattro di letteratura da nebbia.
Tirò via tutto, diede una botta da naso al tabacco da fiuto e bevve ampi e raggianti sorsi di pozioni alcoliche al gusto di limone. Non c'è più la vodka di una volta, pensò sicuramente.
Si girò, l'alcool saliva in gola, si girò di nuovo chiuse gli occhi e venne. Il sonno era l'unico orgasmo su cui contava.
Il giorno dopo, disse dentro di sé, il giorno dopo l'avrebbe fatta finita con questa finta vita. Come, non lo volle mai spiegare a nessuno. Ma lo fece, certo che lo fece.

L'alcool divenne il suo unico dio. Lo scopò.
Lei, ormai, lo aveva dimenticato: velocità da centometrista pensò. Fu il suo ultimo pensiero.

venerdì 19 ottobre 2007

bestemmie d'amore e necessità umane.

Quali criteri individuare, quali stimoli seguire, quali possibilità di realizzazione designare come buone, valide, permanenti. In un esempio di scrittura malata, di scrittura creativa, tutto potrebbe essere ricollegato a sprazzi di sorpassi in autostrade del sole.

Se in mente Blu non era ancora morta, se nell'evoluzione narrativa della storia era ancora viva, il brano sintattico-semantico-pragmatico della sua morte per erba sull'erba era già pronto da anni. La sofferenze e il dilaniamento mentale di narrare un personaggio che, lo si sa, è destinato a morire perchè il pezzo della sua morte è già stato scritto è un'esperienza devastante. Passare quel fine settimana da solo, nel mezzo del cammin della sua vita lo portò alla completa elaborazione del lutto e alla piena presa di coscienza che quello che era successo era inevitabile, inestinguibile e in-procrastinabile. Chè la sua vita sarebbe andata avanti da sola, senza vincoli e senza lacci, ma con l'infelicità portante della sua struttura che gli rovinava l'animo, lo spirito, il cervello e anche le unghie della mano destra. Graffiava i vetri per non pensarci, per non pensare a tirate di capelli che lo avevano portato a scrivere di argomenti fuori luogo senza neanche guardare la tastiera della sua olivetti, perchè tanto i tasti li conosceva a memoria e guardare fuori poteva soltanto ispirarlo. Poi, pensava, un errore non poteva far altro che arricchire il testo di sofferenza e di pathos, serviva ed era necessario per far capire che quella non era letteratura piallata, studiata, premeditata. Era l'esaltazione della innenwelt, era la vittoria ti tanathos su eros, era il declino inarrestabile di una pianta di carciofi alla liquirizia.

Si alzò e si strinse nelle spalle, bestemmio come sempre, con vigore e con odio. Sceso per strada capì che l'unica cosa che poteva salvarlo era la rivoluzione permanente. Contro tutto, contro il sistema, contro chi è contro il sistema, contro chi obbedisce e contro chi disobbedisce. Contro chi ti tiene a consumo e contro chi ti accetta come parassita. Contro la società e contro l'antisocietà, contro la verginità e contro la dilatazione senza misura di ogni vagina possibile. La soluzione, finale forse, era sprangare e farsi strada. Ripulire e andare avanti senza pretendere per forza di voler seminare il proprio seme. La polvere lo iniziava a infastidire.

I sindacati, le strutture, i partiti, i movimenti e quant'altro. Tutto doveva rientrare nella sua logica di smantellamento globale. Voleva rifondare tutto dall'inizio.

Poi per strada un lampo, un rumore di fuoco, un lento scorrere di sangue per i tombini. La rivoluzione, povero lui, era già iniziata.
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