sabato 19 gennaio 2008

Intervallo - Trionfo della giustizia proletaria.


Potevano continuare ad opporsi, potevano far saltare i ponti con il tritolo e dar fuoco alle fabbriche con olio bollente, mille gradi di puro godimento e nient'altro. Nessun futuro.

La notte in cui tutto prese fuoco era ancora vicina, sembrava ancora ansimare dietro la porta del cesso. Il respiro di uomini d'azione, proletari del nuovo mondo, era forte, denso, quasi al gusto di catarro. L'allarme quella sera non suonò, tutto sembrava molto strano, finchè il magistrato non fu li per mettere una firma, mentre le ambulanze portavano via brandelli di carne e di muro verso remoti ospedali di provincia.

La notte, fu quella, in cui iniziò la rivolta socialista. La falce e il martello fecero il loro ritorno. Per strada erano tutti quelli a cui non andava bene, a cui non girava bene che il loro porco mondo dovesse ridursi in questo modo. Per strada, manganelli alla mano e visi coperti da grossi pezzi di stoffa, non c'erano le fighette rotte in culo disobbedienti da centro sociale che poi si mamma certo che porto l'immondizia e si certo mamma che lecco per terra con la lingua che ho sporcato, quelli che no agente io quel giorno ero a un sit in di forza italia a preparare il mio futuro da agente d'assicurazioni col culo dilaniato dai cactus. Per strada, quindi, non loro, ma la vera disobbedienza portata dallo stato teorico allo stato pratico: la gente aveva fame.

Il fuoco di Torino era stato per loro come la nascita di cristo per il mondo. Un' anticipazione della morte. E furono legnate e morti di sbirri, e furono calci nel culo e sangue che colava. E fu lo scontro per cambiare le cose. E fu notte, morte e devastazione. Lo sguardo del mondo si posò speranzoso sulla dolce penisola, nella speranza che, laddove l'uomo europeo seppe darsi leggi e pene, si potesse rigenerare un nuovo sistema, un nuovo pensiero.

E tra i fuochi di torino e i roghi di venezia, tra il vaticano occupato dal popolo e dio che rinasce imperterrito, tra l'odio che avvolge ogni sprazzo di ragione e il sentire comune, lì si capì che quello non era il sistema con cui continuare.

E fu allora che ci si guardò indietro e la grande democrazia d'oltremare dovette adeguarsi, chinarsi, gestire la sua crisi e iniziare a valutare la penetrazione anale, stavolta passiva.

Il mondo doveva cambiare. Qualcuno, nel gioco dei sensi, doveva morire.

mercoledì 9 gennaio 2008

La Montagna Incantata



Sottotitolo: come esorcizzare la malattia, il potere, il demone.

Nel regno delle tenebre mi trovavo, quando la magic mountain di Thomas Mann arrivò alle mie orecchie per la prima volta. Cercavo - invero invano - di riconquistare una posizione all'interno dello scacchiere delle meraviglie internazionali, allorchè decisi che dovevo leggere e che, seguendo i consigli dell'autore a Princeton, avrei dovuto aspettare alcuni anni prima di leggere ancora.

Ora io mi trovo, mentalmente e forse anche fisicamente, nel 2034.

" Era il mese di dicembre dell'anno del signore 2007. Fu un anno etereo, con poca passione e molta dedizione al terreno, al razionale, al profitto, alla crescita. Nel rombo di tuono che pervase l'ultimo quarto dell'anno trovai la forza di riscoprire il mio essere, la mia anima, di rivalutare la mia malattia, di esteriorizzarla e di darle un nome e cognome: paura. Quando ebbi la fortuna di partecipare all'incauto gioco di rivoluzioni senz'armi, i miei occhiali erano sporchi e Thomas Mann, lui omnipresente, bussava alla mia porta chiedendo in flusso di coscienza una recensione non benevolente sui Buddenbrook.

Ma era ormai tempo di dedicarmi ad altro. E mentre un sacro e incantato amore scoppiava nel mio cuore, erompeva con potenza sublime e rivoluzionava vite usi e costumi di altri, sentii che era giunto il momento di darsi allo Zauberberg. Presi - per iniziare - una vecchia traduzione di Pocar, datata si, ma ben fatta.
Le prime pagine, come ormai è ripetuto su ogni manuale di letteratura tedesca, sono esempio da seguire di prosa letteraria. La descrizione del viaggio di Castorp verso Davos è poi qualcosa di stilisticamente perfetto.

Nel frattempo il tempo e la malattia, e il loro continuo involversi, mi davano da pensare. Il tempo, così come Mann lo vuole far sentire e la malattia, quell'alternarsi folle di Eros e Tanatos che riappare in ogni pagina del titanico romanzo. Decisi che era giunto il momento di trattare analiticamente i due concetti, di metterli per iscritto e di dare al mio flusso di coscienza la possibilità di analizzarli a dovere."

Das Ende
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