
La precarietà ci osserva al mattino quando siamo svegli. La precarietà ci accompagna quando, accondiscenti con noi stessi e indulgenti verso il fetore, ci accomodiamo sulla tazza per espletare il quotidiano bisogno. La precarietà ci accompagna quando i testimoni di Geova ci fermano per strada chiedendoci se abbiamo mai pensato a Dio. La precarietà ci avvolge, ci protegge dal mondo, ci umilia davanti alla tranquillità, ci culla e ci morde come un vampiro affamato.
Non siamo liberi di pensare al mondo. La tranquillità, fugace chimera presente nei libri del nostro formarci, appartiene a chi ha potuto averla. Il destarsi affamati ma convinti di potere non è il nostro piccolo mondo sperato. L'elettrocardiogramma regolare nei giorni della nostra vita è più prossimo al vicino di casa che alle vibrazioni della sveglia al mattino.
E' come vivere in un mondo senza cibo per tutti. In cui qualcuno cerca strade alternative programmando la sua vita per scansare la morte: alcuni rifuggono il dolore e si rifugiano nella banalità, nel dolce accontentarsi di qualcosa che non ci soddisfa; altri, invece, fluttuano nei vari canali cercando un posto sicuro dove arraffare per poi attendere, come le formiche. Altri ancora, cicale inconsapevoli, vivono gli anni del canto senza guardare oltre l'ultimo miglio, destinati - purtroppo - a vite di marginalità, di dissociazione dalla tangibile realtà che li abbraccia e protegge. Numerosi, poi, vivono e sopravvivono in condizione di vile nascondimento, imitando il letargo degli scoiattoli e sperando di ottenere spine come i ricci: costoro sono quelli che apparentemente sembrano farcela, quelli che ottengono i risultati, quelli che la società del capitale chiama gli arrivati. E' il trionfo della materia su secoli di speculazioni religiose, sentimentali, mentali.
Una massa informe poi può essere chiamata grigia. Turbata nel profondo, col cuore che esplode ad ogni minimo movimento del vento, si cruccia del mondo e del suo andamento. La sveglia al mattino è come una coperta rimossa dagli occhi che costringe a vivere in un mondo che si vorrebbe diverso: è un freddo avvicinarsi alle mete e un continuo rinviare a una meta ancora più distante. E' il terrore che imperversa in questa massa informe: il fiato corto, la tachicardia, la sicurezza di non farcela perchè troppo disallineati rispetto ai concetti chiave, la consapevolezza di una ignoranza superficiale forse attutita da una cultura di fondo stabile e vivace. L'incapacità di accorgersi della diversità, il desiderio di ritrovarsi come un romantico viandante munito di violino che, nelle sinuose curve di una valle tra i laghi, cerca un modo diverso di intendere il tutto.
La sveglia nella mediocrità, la condizione peggiore per la massa informe. Taluni, a volte, spinti da connaturata pigrizia si cimentano nell'arte dell'omologazione, provando - spesso con ottimi risultati - a vivere come quelle cicale che ammirano o come quelle formiche che, disprezzando, comprano. Ma è sofferenza: e ben presto ci si accorge, schifati, che soffrire è l'unica cosa che ci è data senza precarietà, assieme forse a quella tachicardia continua che assilla e deturpa ogni attimo della giornata.
Forse.





