Visualizzazione post con etichetta io. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta io. Mostra tutti i post

sabato 6 marzo 2010

La nostra ultima meta: quando la scrittura muove le dita.

Ruota libera.
Ci si sveglia, ancora una volta al mattino ma senza problemi particolari, e si guarda al proprio fianco. Il sogno - incubo perpetuo dei nostri giorni trasandati - si è fatto materia e si è coricato accanto al nostro corpicino vile e dimagrito, sospeso a metà tra la fuga per la ricchezza e la rinuncia alle mance del capitale. L'incubo, quindi, - sogno costante del nuovo tempo - pulisce il cervello con getto di vapore e annichilisce le posizioni con la vera grande risorsa del mostro chiamato capitale: il denaro.

Contestualmente la testa si fa teatro di scarni ricordi e di grandi processi, palcoscenico di sbiadite ed opache nozioni che trotterellano, con fare gagliardo, tra un emisfero e l'altro. E d'un tratto si ravviva la fiamma, si rammenta un grande tavolo di legno, odor di gesso e di polvere, sudore adolescenziale e cinture alla moda: M - D - M. "Non so cosa sia" pensa il bullo del momento, con l'occhio incavato dalla sofferenza e il cervello frustrato tra ricordi di droga e progetti futuri; "non so bene cosa sia, ma ricordo quell'anno - era dopo il duemila - l'argomento incalzava e io avevo ancora fiducia. Forse l'età lasciava lo spazio o forse l'esterno non voleva conciarmi - male - per le famose feste". L'esterno, in anni maledetti di bombe e missioni, non era un blob sperimentale che pervadeva orifizi di ogni sorta, non era ancora un continuo venditore porta a porta che bussa ogni minuto e si fa strada: scegliere, verbo regale e quanto mai denso, aveva ancora un suo senso preciso, ci si poteva perlomeno rifugiare in case di paglia, come le bestie, cercando nell'arte o nella poesia - di altri - una scorrevole via d'uscita.

Il ritorno al presente fu disastroso. Il blob si arrampicava sui palazzi, come edera di periferia, si impadroniva di distretti industriali e collegi elettorali, spegneva tubi catodici convincendo la gente che fossero ancora accesi. Sporcava i pavimenti sobillando il terribile odio per la polvere di uomini in vetrina, penetrava acquedotti costringendo a dissetarsi col sale, era dappertutto e suscitava la follia dei pochi rimasti. Chiusi in casa, abbandonati dai loro sogni e schifati dalle loro necessità, vivevano espletando i propri bisogni primari e uscivano solo per trasformarsi in disgustosi omuncoli imbrillantinati e salariati con la forfora, spettatori di un processo mensile che si concludeva con il gaio rito del ventisettesimo giorno.

Come una promozione standesca, reminiscenza di torbidi anni ottanta, erano stati acquistati in quantità da ingrosso, erano stati circoncisi negli emisferi cerebrali, erano stati allattati con melma di palazzo e soldi fetenti come pesce avariato. Il nemico aveva espletato i bisogni sulle loro teste eppure essi lo adoravano: le buste paga, dopo anni di diradanti proteste, erano come panna montata alla domenica mattina e si contavano a due dita gli aumenti del salario. Ignari, convinti di essere sodomizzanti ma - invece - sodomizzati, sguazzavano intere giornate nella melma del capitale, svolgendo - alienati - mestieri senza storia e attendendo soltanto il momento per dormire. Per taluni, rigidi e forti, era rimasta la notte come fuoriuscita dal mondo, era rimasto il sogno in cui far partire rivoluzioni armate o grandi movimenti di pensiero.

In breve tempo la melma seppe conquistare anche l'ultimo spazio e il sogno, inerme, lasciò il proprio posto all'incubo peggiore: il sogno omologato. Al mattino, quel mattino, il sogno diventato incubo diventato materia era lì, supino: un telecomando con un bottone solo.

domenica 9 dicembre 2007

Avvento

Passare per caso nei blog di periferia, forse, è cosa buona e giusta. Mentre - e sia chiaro anche proficuamente - mi accostavo con fare cattolico alle esperienze grafiche di ex amici o ex vicini, d'un tratto mi trovo spossato e inquadrato in sterili schemi mentali. Domande che pervengono a velocità a volte spassionate, stomaci che si contorcono e nebbie - mentali ma vive come i folletti - che mi penetrano e mi sbattono e mi scopano e forse non si sa.

"Patente e libretto", mi fa lo sbirro. Ehi, amico, un attimo, ho un flusso di coscienza già ben determinato, ho da sciorinarti i miei mille libri letti e i mille gruppi musicali conosciuti. Che al giorno d'oggi, se non conosci l'arte lillipuziana e un po beat di gio' Servetti, dove credi di andare? e io che cercavo le verità inalienabili dell'uomo in montagne incantate e uomini senza qualità. Troppo lunghi, l'uomo moderno, il colto cultore di strane letterature pare non poterli leggere altrimenti il tempo stringe, e il tempo è denaro e poi prenderlo al culo gratis non è mica la stesso cosa.

Ricomincio. "patente e libretto". Senta mi chiamo Paolo  e sono stato il primo compagno di stanza del fratello del nipote del cugino di mio padre, e poi sono figlio di e nipote di e ho diritto ai sensi dellarticolo10493943 della legge 9192 sul codice di procedura anale. "come ha detto di chiamarsi?" disse il commissario Pascariello con fare western col sigaro e puzza di whisky. Paolo Retinò risposi, e con l'accento brutto sbirro idiota, che poi impazzisco e ti depenno dai servizi senz'armi.

Pare che ormai ,se non scrivi su libri riviste e giornali e non leggi i libri del nuovo canone, be tu non sia nessuno. Io continuo a perseguire la mia vecchia, funzionale strada. Una 127 a volte funziona più di una fiat stilo. Per adesso, cerco di ricomporre tutto quanto quello che mi gira per la testa.

Benzedrina, mescalina, lsd, sali minerali, gatorade. Prossima fermata, anagnina. Si prega di scendere e - magari - fate attenzione al controllore che ve lo butta al culo.

Volgarità gratuite, ma che diamine su star trek funziona

domenica 18 novembre 2007

La Terra Desolata







I can connect

Nothing with nothing T.S. Eliot


Torno a casa, nella stanza che - storia alla mano- ha affrontato ogni protosingulto della mia esistenza. Il tempo di ricollegare spazi temporali lontani ed emozioni già vissute è minimo, ma mi rendo conto in un istante di quanto possa essere desolata la Terra, nel suo animo, nel suo muoversi, nel suo sentirsi libera.

E allora mi rendo conto di non poter connettere niente con niente,. che ogni elemento della esistenza umana va letto come elemento scisso, atomico, esibizionista ma allo stesso tempo chiuso da frontiere con dazi, gabelle e scorribande, come per Kohlhaas. Se apro gli occhi, subito fuori vedo scompiglio, disperazione, aria di mare e pioggia torrenziale.

Dentro, spalmato tra grandi mura che sembrano ali, l'impressione è di grande calma, di possibilità di ricostruzione e di effetti visivi al tramonto. Dentro è l'alba, è il sole che sorge sul mare. Fuori è la tempesta che spazza e pulisce, fuori è la letteratura della crisi, dentro - ovattata - è la letteratura del compromesso, dei critici da scrivania che mangiano hashish. Spento e quasi prostrato dentro il dritto fluire dell'arte, è fuori che il mio spirito primordiale mi spinge: qui Overbeck lì Friedrich. Non potrei mai scegliere il primo in un momento così.

E allora prendo in mano il coraggio di fare le scelte, metto su la sciarpa della follia e in bocca - accesa e lampeggiante - una delle mie gauloises rosse, che mi danno senso e propulsione. In tasca, coperti da ali ancora più grosse, i frutti del mio destino e il resto delle bionde d'ordinanza. Fuori, tra diluvi da bibbia di cartone e venti che superano anche l'immaginazione, tra treni pieni di sesso a venti euro e aghi omosessuali, fuori - come nel miglior Vicky Tondelli - froci colorati e teatrini caricano il mondo di gaiezza, odi e responsabilità.

Mi sento meglio, torno a casa e penso che in fondo roma non è stata costruita in un giorno. Apro il portone e il mio cane è li.


Un rumore sordo per strada: sicuramente un rumeno che ruba, uccide, devasta. Ormai non può essere altro.

giovedì 23 agosto 2007

L'estate sta finendo. Aschenbach è morto. E la signorina Buddenbrook ansima.


L'estate sta finendo. Non è la solita banale cattolica canzoncina da gettone, ammesso che ancora lo troviate un gettone. Finendo, gerundio presente del verbo finire: ergo ritorno a Trento, tra le MIE meravigliose e protettrici dolomiti e dietro le simpatiche e ristorative mura. I buoni propositi, così come i tentativi di fondare nuovi partiti unitari, sono andati tutti quanti via con l'acqua del cesso: avrei voluto simpaticamente leggere l'opera omnia di Thomas Mann e mi sono ritrovato con un'angosciante e non molto lubrica morte a Venezia e con un accennato inizio di famiglia Buddenbrook, anche perchè l'impolitico non lo trovo in edizione assegno da non postdatare.
Tutto questo per dire a me stesso che il sole va via, il mare diventa quello di Rimini e il mio culo, quello si gott sei dank, rimane sempre il mio culo. E' stata un'estate strana, complice di strani pensieri, di rinnovati vigori e di rafforzati stimoli. Sperando che non arrivi il colera asiatico, come nella mitica e un po' pederastica Venezia del tommaso manno.

Inserite un gettone anale.

Vittorie, Nadi, Cognate e servizi civili. Inserimento nella classe docente trentina. Tentativi di riqualificazione mentale personale.

Sempre e comunque: voglia di mettermi in gioco, di scrivere ora più che mai, di raggiungere nuovi limiti e nuove consapevolezze della finitezza umana. Voglio sentirmi ancora umano, arrivare al border della conoscenza estrema e rendermi conto che di là c'è la sana follia che mi accompagna da tempo.
Contro il logorìo della vita moderna: Autosostentamento.

Diocà.
Powered By Blogger

Disclaimer

Tutto quello che viene pubblicato in questo spazio è di proprietà dell'autore, che ne esercita la potestà secondo i vincoli imposti dalla costituzione della sacra romana repubblica apostolica italiana. L'uso commerciale è vietato, l'uso ad onanismum è consigliato. L'uso critico è consigliato.
Creative Commons License


Questo/a opera è pubblicato sotto una
Licenza Creative Commons.