Ci si sveglia, ancora una volta al mattino ma senza problemi particolari, e si guarda al proprio fianco. Il sogno - incubo perpetuo dei nostri giorni trasandati - si è fatto materia e si è coricato accanto al nostro corpicino vile e dimagrito, sospeso a metà tra la fuga per la ricchezza e la rinuncia alle mance del capitale. L'incubo, quindi, - sogno costante del nuovo tempo - pulisce il cervello con getto di vapore e annichilisce le posizioni con la vera grande risorsa del mostro chiamato capitale: il denaro.Contestualmente la testa si fa teatro di scarni ricordi e di grandi processi, palcoscenico di sbiadite ed opache nozioni che trotterellano, con fare gagliardo, tra un emisfero e l'altro. E d'un tratto si ravviva la fiamma, si rammenta un grande tavolo di legno, odor di gesso e di polvere, sudore adolescenziale e cinture alla moda: M - D - M. "Non so cosa sia" pensa il bullo del momento, con l'occhio incavato dalla sofferenza e il cervello frustrato tra ricordi di droga e progetti futuri; "non so bene cosa sia, ma ricordo quell'anno - era dopo il duemila - l'argomento incalzava e io avevo ancora fiducia. Forse l'età lasciava lo spazio o forse l'esterno non voleva conciarmi - male - per le famose feste". L'esterno, in anni maledetti di bombe e missioni, non era un blob sperimentale che pervadeva orifizi di ogni sorta, non era ancora un continuo venditore porta a porta che bussa ogni minuto e si fa strada: scegliere, verbo regale e quanto mai denso, aveva ancora un suo senso preciso, ci si poteva perlomeno rifugiare in case di paglia, come le bestie, cercando nell'arte o nella poesia - di altri - una scorrevole via d'uscita.
Il ritorno al presente fu disastroso. Il blob si arrampicava sui palazzi, come edera di periferia, si impadroniva di distretti industriali e collegi elettorali, spegneva tubi catodici convincendo la gente che fossero ancora accesi. Sporcava i pavimenti sobillando il terribile odio per la polvere di uomini in vetrina, penetrava acquedotti costringendo a dissetarsi col sale, era dappertutto e suscitava la follia dei pochi rimasti. Chiusi in casa, abbandonati dai loro sogni e schifati dalle loro necessità, vivevano espletando i propri bisogni primari e uscivano solo per trasformarsi in disgustosi omuncoli imbrillantinati e salariati con la forfora, spettatori di un processo mensile che si concludeva con il gaio rito del ventisettesimo giorno.
Come una promozione standesca, reminiscenza di torbidi anni ottanta, erano stati acquistati in quantità da ingrosso, erano stati circoncisi negli emisferi cerebrali, erano stati allattati con melma di palazzo e soldi fetenti come pesce avariato. Il nemico aveva espletato i bisogni sulle loro teste eppure essi lo adoravano: le buste paga, dopo anni di diradanti proteste, erano come panna montata alla domenica mattina e si contavano a due dita gli aumenti del salario. Ignari, convinti di essere sodomizzanti ma - invece - sodomizzati, sguazzavano intere giornate nella melma del capitale, svolgendo - alienati - mestieri senza storia e attendendo soltanto il momento per dormire. Per taluni, rigidi e forti, era rimasta la notte come fuoriuscita dal mondo, era rimasto il sogno in cui far partire rivoluzioni armate o grandi movimenti di pensiero.
In breve tempo la melma seppe conquistare anche l'ultimo spazio e il sogno, inerme, lasciò il proprio posto all'incubo peggiore: il sogno omologato. Al mattino, quel mattino, il sogno diventato incubo diventato materia era lì, supino: un telecomando con un bottone solo.










